Prima la candidatura come volto della nuova sfida politica, poi il conto dei consensi fatto dal leader di Futuro Nazionale. Dopo il voto il generale attribuisce le briciole al consenso dell’ex forzista e ne rivendica 6mila per il movimento. Ma le schede non distinguono tra voti del candidato e quelli di FN
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Prima lo sceglie come volto della sua prima sfida elettorale in Calabria. Lo presenta come un amministratore radicato, un uomo di esperienza, capace di portare il territorio a Roma. Poi, quando il risultato non basta, Roberto Vannacci ridimensiona il candidato e si attribuisce la parte più consistente dei voti.
È il copione di una politica costruita intorno a un solo protagonista: il generale decide, il generale lancia, il generale rivendica. Gli altri servono finché sono utili. Quando non lo sono più, possono essere lasciati indietro senza troppi riguardi. Domenico Giannetta, a Reggio Calabria, sembra aver sperimentato proprio questo: prima sedotto dalla promessa di una nuova casa politica, poi abbandonato al momento di fare i conti con la sconfitta.
Giannetta non era un nome qualunque da aggiungere a una scheda. Medico chirurgo, ha alle spalle una lunga esperienza amministrativa: è stato sindaco di Oppido Mamertina, consigliere e assessore provinciale, consigliere regionale e capogruppo di Forza Italia. Nel 2020 entrò alla Camera subentrando a Jole Santelli, ma scelse di optare per il Consiglio regionale. Nel 2025 è stato rieletto con oltre diecimila preferenze. Si può contestare la sua decisione di lasciare Forza Italia e candidarsi con Futuro Nazionale; non si può far finta che la sua storia politica e il suo radicamento siano irrilevanti appena il risultato non convince.
Eppure Vannacci, intervenendo a Porta a Porta, ha spiegato che dei voti ottenuti da Giannetta alle regionali soltanto circa 2.500 sarebbero riconducibili al candidato, mentre gli altri 6.000 apparterrebbero a Futuro Nazionale. La sua è una ricostruzione politica basata su un calcolo che parte dai risultati regionali, considera i comuni compresi nel collegio e tiene conto della diversa affluenza. Ma la scheda elettorale non certifica quella divisione: non esiste un conteggio ufficiale che separi i voti “di Giannetta” da quelli “di Vannacci”. Esiste il risultato del candidato sostenuto dal movimento. Il resto è l’interpretazione del leader, che oggi sembra voler trattenere per sé la parte migliore del consenso e lasciare al candidato quella più scomoda.
La domanda è inevitabile: se Giannetta valeva soltanto 2.500 voti, perché Vannacci lo ha scelto? Perché affidargli la prima vera prova elettorale di Futuro Nazionale, presentarlo come l’uomo giusto per conquistare Reggio e chiedergli di mettere sul tavolo nome, reputazione e relazioni costruite in anni di lavoro politico? Un candidato non è un accessorio da esibire in campagna e poi riporre quando il risultato non corrisponde alle aspettative. È una persona che si assume il rischio, si espone davanti agli elettori e risponde delle proprie scelte.
Il problema è che, nel modello di Vannacci, tutto sembra dover tornare al generale. Se il risultato è buono, il merito appartiene al movimento e alla sua guida; se è deludente, il candidato può essere ridotto a una componente marginale, quasi un nome prestato alla causa. È un modo di fare politica che accentra ogni decisione e ogni riconoscimento, ma distribuisce altrove il costo delle sconfitte. Il leader resta al centro della scena; chi gli sta accanto rischia di diventare sacrificabile.
Giannetta ha lasciato la guida del gruppo regionale di Forza Italia e ha scelto di legare il proprio nome a un progetto nuovo. Ha fatto una scommessa politica, e gli elettori hanno deciso. Ma adesso non dovrebbe essere Vannacci a riscrivere il significato dei voti per trasformare la candidatura in una comparsa e il movimento nel solo protagonista. Il generale può rivendicare il risultato; non può cancellare il candidato che lo ha reso possibile.
Per chiunque pensi di candidarsi con Futuro Nazionale, la lezione è dura: si può essere chiamati a mettere in gioco tutto, ma il riconoscimento resta nelle mani del capo. Sedotti dalla promessa di contare, abbandonati quando arriva il momento di spartire responsabilità e meriti. A Reggio Calabria, almeno, è questa l’immagine che Vannacci rischia di consegnare alla politica.


