L'ex campione del mondo ripercorre la carriera, dal trionfo del 2006 agli infortuni che lo costrinsero a smettere. L’attacco ai calciatori della Juventus («sembrano morti in campo») e la battaglia per il padre, condannato a 13 anni: «È innocente, punto. La verità verrà a galla»
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«Sembrano morti in campo. Camminano, non si parlano, perdono tutti i contrasti. Non c'è cattiveria agonistica, non c'è fame. Ma lo sanno che giocano con la maglia della Juventus?». Vincenzo Iaquinta non usa mezze misure quando gli chiedono un giudizio sulla squadra bianconera. L'ex attaccante calabrese, campione del mondo con l'Italia nel 2006, conosce bene le difficoltà della Vecchia Signora: ha vissuto sulla propria pelle i due settimi posti, ma oggi vede qualcosa di persino peggiore. «Questo momento è peggiore dei nostri settimi posti. Noi avevamo Trezeguet, Buffon, Nedved, Del Piero, ma era diverso l'approccio».
È uno dei passaggi più diretti di una lunga intervista al Corriere della Sera nella quale Iaquinta ripercorre una carriera fatta di grandi soddisfazioni, occasioni sfiorate, infortuni e ferite mai del tutto rimarginate. Ma soprattutto torna sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto suo padre Giuseppe, condannato definitivamente a 13 anni per associazione mafiosa nell'ambito del maxiprocesso Aemilia contro la 'ndrangheta in Emilia-Romagna. Una storia che l'ex calciatore continua a contestare con forza: «Mio padre è innocente, punto!».
La battaglia per il padre e il ricorso a Strasburgo
È il capitolo più doloroso del racconto. Iaquinta sostiene che la famiglia sia finita al centro dell'inchiesta anche per la notorietà conquistata attraverso il calcio e per il cognome diventato famoso. «Ci siamo trovati in questa situazione soprattutto per il cognome. Io sono di Cutro, sono diventato famoso e di conseguenza anche mio padre. C'era chi chiedeva magliette, biglietti, tute. Nulla di particolare. Secondo me siamo finiti in qualcosa di più grande di noi».
L'ex attaccante rivendica la propria fiducia nell'innocenza del padre e racconta di non aver mai smesso di combattere sul piano giudiziario. «Siamo arrivati alla Corte europea dei diritti dell'uomo, a Strasburgo, e il nostro ricorso è stato accolto. È già una cosa molto positiva, perché il 90% dei ricorsi viene respinto». Richiama inoltre la restituzione dei beni sequestrati, dopo i tre gradi di giudizio sulla misura patrimoniale, interpretandola come una conferma della propria posizione: «Ci hanno restituito tutto il patrimonio di mio padre. Questo dimostra che economicamente era tutto lecito».
Una vicenda che, secondo Iaquinta, avrebbe prodotto anche un processo mediatico, prima ancora di quello giudiziario. «È stato un processo mediatico, perché faceva comodo scrivere il mio cognome ai giornali. Iaquinta e altri 100 fa più click». L'ex calciatore ricorda anche il sostegno ricevuto da alcuni protagonisti del mondo del calcio: «Gattuso mi ha mandato un messaggio, Lippi pure». E aggiunge: «Chi ci conosce sa che siamo una famiglia per bene e io sono sempre stato una persona umile e che certe cose sono impossibili da associate alla famiglia Iaquinta».
Il peso della vicenda, racconta, si è inevitabilmente riversato anche sui familiari e sui figli. Nel suo ricordo c'è la storia dei genitori, arrivati al Nord giovanissimi, con pochi mezzi e la speranza di costruire un futuro migliore. Il padre cominciò lavorando per altri, prima di avviare una propria impresa edile a Reggiolo. «È una situazione che ci fa soffrire, ma continuiamo a lottare». La sua convinzione resta intatta: «La verità prima o poi verrà a galla».
Dalla Serie D alla Juventus: il salto con l'Udinese
Prima della vicenda giudiziaria c'è una carriera che ha portato un ragazzo di Cutro fino ai vertici del calcio internazionale. Iaquinta comincia a giocare a sei anni, seguendo le orme del padre, portiere del Cutro. Il primo salto arriva con il Reggiolo, in Serie D, quando ha appena sedici anni. Poi il Padova e l'esordio in Serie B contro il Torino, accompagnato dalla prima convocazione nell'Under 21.
La svolta arriva nel 2000, quando Pierpaolo Marino lo nota durante una partita della Nazionale di Serie C e lo porta all'Udinese. L'esordio in Serie A contro il Brescia di Roberto Baggio è accompagnato da un gol. A Udine cresce, lavora sulla tecnica e trova in Luciano Spalletti l'allenatore capace di valorizzarne le qualità. «È la persona che devo ringraziare di più», racconta, ricordando anche il rigore contro l'Empoli che si prese con personalità, nonostante le proteste dei compagni.
Nel 2005 contribuisce alla storica qualificazione in Champions League, formando con Antonio Di Natale e David Di Michele un tridente temuto dalle difese. In Europa segna tre volte contro il Panathinaikos e finisce nel mirino del Barcellona. «Era una cosa seria. Avevo i giornalisti spagnoli sotto casa. Spalletti e Pozzo non volevano cedermi». Il trasferimento non si concretizza e, dopo il Mondiale, arriva la chiamata della Juventus.
Il Mondiale 2006, Lippi e il calvario degli infortuni
Il momento più alto della carriera resta naturalmente il trionfo in Germania. L'Italia arrivava al torneo nel pieno dello scandalo Calciopoli e in pochi avrebbero scommesso sulla squadra azzurra. Iaquinta ricorda soprattutto la capacità di Marcello Lippi di isolare il gruppo dalle polemiche: «Non ascoltate quello che succede fuori. Andiamo in Germania per vincere, non per partecipare». Il gol contro il Ghana, nella partita d'esordio, è il ricordo che conserva con maggiore emozione. «Tutti i sacrifici della mia vita. Pensai alla famiglia e ai miei genitori. Mi coprii il volto con le mani perché non riuscivo a crederci».
Alla Juventus arriva da campione del mondo e si ritaglia uno spazio importante, segnando anche quindici gol in una stagione. Ma il percorso si interrompe progressivamente a causa dei problemi fisici. L'operazione al ginocchio nel 2009 apre una lunga sequenza di ricadute. Anche l'arrivo di Antonio Conte sembra poter rappresentare una possibilità di rilancio. Il tecnico gli chiede di allenarsi, ma il fisico continua a tradirlo: prima un problema alla cartilagine, poi uno strappo muscolare durante una partitella. Il successivo tentativo a Cesena si conclude dopo appena sette presenze.
«Quando hai paura di farti male non dai più il cento per cento. Dovevo smettere», ricorda. Resta il rimpianto per gli scudetti conquistati dalla Juventus negli anni successivi, che avrebbe potuto inseguire se il fisico gli avesse consentito di continuare.
La crisi del calcio italiano e la critica ai settori giovanili
Il bilancio di Iaquinta si allarga anche alla Nazionale e al sistema calcistico italiano. Secondo l'ex attaccante, dopo il trionfo del 2006 sarebbe stato opportuno voltare pagina anche in panchina, mentre la crisi attuale affonda le radici soprattutto nella formazione dei giovani. «Nei settori giovanili si lavora male. Il talento c'è, ma bisogna farlo crescere. Se insegni soltanto il 4-4-2 e pensi a vincere invece di curare la tecnica individuale, lavori per la tua carriera, non per i ragazzi».
Tra i nomi che avrebbero potuto contribuire a una rifondazione indica Paolo Maldini, la cui esperienza ai vertici del calcio italiano giudica positivamente. Quanto al proprio futuro, non sembra intenzionato a tornare in panchina o a trasformarsi in opinionista: preferisce dedicarsi alla famiglia e godersi il tempo con i figli. Una scelta lontana dai riflettori, ma non dal calcio che ha segnato tutta la sua vita.

